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Paliotto d'altare di origine Toscana, forse Firenze, inizi del sec.XVIII
lunghezza m. 3,15; altezza m. 0,98
Rarissimo lavoro d'alta scuola. Salvato, all'ultimo momento, dalla distruzione, da un appassionato cultore d'arte antica, che lo vide, per caso, appoggiato alla parete in mezzo a paccoltiglie di nessun valore nel
laboratorio d'un falegname a Londra, saputo che stava per essere smembrato in più parti, per farne, con i frammenti, suppellettili d'arredamento, lo acquistò e lo rispedì a Firenze.
Arrivato nella nostra bottega, il primo impatto, dopo averlo liberato dall'imballaggio, è stato di stupore nel sapere, che a qualcuno potesse venire in mente di dividerlo a pezzetti per farne, che so,
appliques o abat jours! Pur nello stato di accentuato degrado, lordato da sporcizie di varia natura, anche l'occhio di un profano poteva apprezzarne la bellezza, noi, addirittura affascinati, ce ne innamorammo.
Questa disposizione d'animo, peraltro, ci aiutò ad affrontare l'impresa di un restauro, che si presentava tutt'altro che semplice. L'oro, che si intravedeva appena, coperto da incrostazioni pesanti, poggiava su una
materia poco stabile, qualche frattura nel legno dava problemi di riposizionamento, la cornice mancava nell'angolo sinistro. Mancanze nell'intaglio ve n'erano, di lieve importanza, così decidemmo di non reintegrarle,
al contrario della porzione di cornice, che venne rimessa, dopo averla commissionata all'intagliatore.
La pulitura, prima operazione che si deve affrontare su un oggetto, sta alla base di un buon risultato. Per ripulire la pazienza è d'obbligo. Esistono solventi ed alcali, che, in poco tempo, detergono qualsiasi superfice
da ogni sporcizia, attenzione però, con questi agenti chimici, il rischio di eliminare la preziosa patina naturale, che il passare del tempo ha depositato sulle dorature, non è solo alto, è certo. Se poi si è rustici abbastanza
da voler risparmiare ad ogni costo tempo, si rishia di pulir via anche la doratura.
Ma veniamo a noi. Per sapere come procedere, innanzitutto, bisogna conoscere la natura della materia da rimuovere. Dopo analisi, risulto essere composta in maggioranza da grassi bituminosi, schizzi, anche consistenti
di acqua calcinosa, e una buona dose di lordure da escrementi avicoli. I primi, il bitume, cioè, l'abbiamo affrontato con relativa facilità, con olio di trementina per ammorbidire la secchezza, e rifinire poi, detergendo
delicatamente, con la trementina in essenza. Una spolverata di carte assorbenti sminuzzate lasciate agire 24 ore, e quindi rimosse, ci lasciano vedere dove e come intervenire in seguito. Scartiamo i solventi acidi per le calcinosità, facili per eliminare questa materia, certamente, altrettanto facilmente, avrebbero intaccato i gessi dell'ammanitura. Di perossidi per gli escrementi neanche a parlarne. Soluzioni acquose
deteriorano la doratura. Ci si affida al bisturi. Un procedimento che richiede mano leggera, condita dall'assenza d'orologio. La fretta in queste occasioni è nemico mortale. Alla fine riusciamo a congratularci per il
risultato. La doratura, in massima parte, appare in buono stato. Là dove la, materia, non aderisce bene sul legno, si interviene con infiltrazioni di colla di pesce. Il tarlo quà e là ha fatto un'opera troppo diligente di scavo,
con cellulosa sciolta in acetone, si ridà consistenza al legno. Ora bisogna chiedere il consenso del cliente, per ricostruire le parti, dove ha ceduto, durante le traversie, l'ammannitura, e il legno appare nudo.
Toccato di colla le zone da riammannire, si effettua la medesima con gesso a oro. Un lavoro di ferretto per ritrovare il giusto rilievo dell'intaglio, e una levigatura accurata precedono la doratura a guazzo, sulle superfici,
dove è stato steso il bolo, della tonalita, il piu possibile vicina a quello esistente. Si utilizza, in questo caso, foglia d'oro di spessore 14 per stare vicini a quello impiegato nel 1700, quando il battiloro era una fatica
manuale. Non rimane che la patina sul lavoro recente. Questo ultimo sforzo è necessario per dare continuità fra, il nuovo e l'antico. Dopo aver annullato le linee di giunzione con alcool e pennellino rigido , impiegando
soluzioni colorite, si cerca d'ottenere, sull'oro restaurato, la stessa atmosfera di quello originale. Fra le tendenze in voga, è previlegiato da molti artigiani, l'uso di melassa secca diluita in acqua, oppure thè, orzo tostato,
e talvolta, purtroppo, chine industriali, e, per simulare la polvere, talco impalpabile. Noi utilizziamo componenti più naturali. Acque colorite con erbe secche, cortecce di alberi tannici, terre cromatiche. Il liquido ottenuto,
per infusione,per periodi talvolta di settimane, viene bollito, per ridurlo, fino a quando si raggiunge la tonalità di tinta desiderata. Si filltra, e si stabilizza, con un po' d'ammoniaca. La polvere si raccatta negli anfratti dei vecchi edifici.Effettuata l'operazione patina,rimarrebbe da spiegare come si è ottenuto il craquelet, il cretto, che il tempo ha disegnato su tutto il paliotto. S'e ottenuto, sulle superfici rifatte, con un'opera di lavoro, che
custodiamo gelosamente, ci scusiamo, pertanto nel volerla tenere segreta.
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Questo grazioso angioletto è senz'altro nato come pezzo a sè. Un lavoro ottocentesco cambia l'aspetto a questa piccola opera lignea. Non un lavoro volgare, ma le caratteristiche rinascimentali, scompaiono.La policromia del viso, anche se di buona mano,è, pur sempre, per tecnica e gusto, fuori epoca. Come la coloritura di ali e capigliatura, in toni scuri, che annullano la sensibilità dell'intaglio. Per dare stabilità all'intervento chi lo ha eseguito, ahimè, ha riammannito tutto, anche le dorature su capelli e piumaggio. L'oro occhieggia quà e là, e si direbbe, se è rimasto integro, piuttosto bello. L'intervento di recupero dell'originale, non offre alcuna scelta. Pulitura a secco con l'uso del bisturi. Quando si incominca a saggiare in più punti la consistenza della materia da asportare, ci aspetta una sorpresa che non fa piacere. L'ala sinistra non reca traccia di doratura. Si direbbe che sia nata povera. A noi pare una stravaganza, perchè, l'intaglio è curato tanto a destra che a sinistra. Si deve consultare il cliente. La decisione di recuperare la materia cinquecentesca finchè possibile è la soluzione favorita. Si scortica con la massima cautela. L'ala destra si mantiene ancora bene, l'oro, malgrado piccole scrostature, è ben vivo. Sui capelli, i danni sono maggiori. Il lavoro sull'ala sinistra è ovviamente più semplice, non avendo che da rispettare il legno. Quando ormai si è vicini al collo, la mano si ferma, tracce di bolo e qualche brillino indicano, senza ombra di dubbio, che anche quest'ala era, come l'altra, dorata. Si deve riconsultare il proprietario. Il suo desiderio è di riportare tutto com'era in origine, e l'ala deve essere rifatta. Al contrario, la policromia, che al saggio di recupero, conserva poche tracce del carnicino suo. lo scoraggia e decide di mantenere il colore ottocentesco, chiede solo di ripulire. Non saremmo d'accordo, perchè è sempre meglio avere, anche poche tracce del primo lavoro, piuttosto di un falso. L'ala nuda viene rifatta, l'altra reintegrata nelle mancanze, così come i capelli. In ultimo, con la consueta procedura della mollica di pane si netta la policromia. Rimane il mistero dell'ala povera. Chi mai sarà stato a commettere il sacrilegio?
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Integra, quasi completamente, nell'intaglio, tanto poche sono le parti mancanti, e non tali da compromettere l'aspetto generale, che si decide di non intervenire. L'aggiunta di un pezzo falso si opera solo quando si tratta di una porzione importante. Il vero problema è ritrovare la doratura sotto lo strato pesante, dei depositi di polvere incancrenita, frammista a pigmenti nerastri depositati, in quasi tre secoli, di vita, dai fumi dovuti all'illuminazione a fiamma di candela, di lampade ad olio, e dai sistemi di riscaldamento degli ambienti con camini braceri e stufe. A vederla si direbbe ridipinta di grigio. Affrontare il compito di asportare questo genere di incrostazioni cementificate dagli anni pone seri problemi al restauratore. Un grande esperto del secolo scorso, il conte Giovanni Secco Sguardo, Ammoniva, a scorticare un oggetto o un quadro con gli alcali, bastano pochi secondi, e in un giorno si ripulisce tutto. A pulirlo moderatamente senza correre il pericolo d'intaccare le velature e togliere quella specie di patina preziosissima, che è il frutto degli anni e dà il caratteristico dell'antichità ed originalità non basta certo un giorno! Le cautele che si devono comunque osservare, qualsivoglia sia la superficie da nettare, con l'oro vanno raddoppiate. In ogni modo, quello di questa consolle, un vantaggio, dal non essere mai stata molto curata, da chi l'aveva in possesso l'ha ricevuto. La conservazione sotto le polveri era ottima. La prima patina, quella che dà fascino all'oro antico riuscimmo a mantenerla in tutto e per tutto. Il tempo impiegato: due settimane, a dimostrazione, che talvolta si impiega di più per la pulitura che per un restauro sulla materia mancante.
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La ragione di questa datazione è la linea efebica del corpo del Cristo. Una moda frequente in quel periodo. La dimensione ridotta della scultura105 cm in altezza e la possibilità di abbattere gli arti superiori sui fianchi, fanno sospettare che l'uso di questo crocefisso fosse sfilare nelle processioni e nei riti all'esterno dell'edificio chiesastico. Corretto nelle proporzioni del corpo, abbandonato nell'agonia e nel dolore, il capo reclinato a destra armoniosamente, suggeriscono l'opera d'un artista di spessore. Purtroppo, l' ignoranza umana ha esercitato le proprie capacità distruttive su quest'opera d' arte con grande accanimento. Un primo insulto nel periodo oscurantista della contro riforma, quando persino le opere di massimo livello venivano censurate, L'ordine di qualche baciapile di rango, impone l'escissione degli organi sessuali, financo al figlio di Dio qui effigiato. E non contento ordina di ricoprire la vergogna con un par di brachette azzurre, ridicole. Si direbbe che il Cristo, non al bacio di Giuda sia stato tradotto in catene, ma durante un bagno in spiaggia da solerti bacchettoni. In tempi successivi, altri individui devono aver pensato che, anche il carnicino fosse troppo rosato, e la capigliatura di colore poco consono alla dignità divina. E giù una bella riammannitura, con la posa di un rosa scuro che uccide la freschezza della figura. E capelli di un brutto marrone. Una rilettura ottocentesca appesantisce ulteriormente ciò che ormai si può definire, senza offendere il Divino, un "povero Cristo". Sembrerebbe, a questo punto, che il nostro crocefisso sia stato martirizzato abbastanza. Eh, signori miei, l'opera dell'uomo, quando si tratta d'avere comportamenti censurabili, è senza limiti. In quel secolo buio, per cecità moralistica che è l'ottocento su tutto, viso compreso, si riammannisce nuovamente per poter depositare sul tutto un funereo marron-nerastro lasciando la bocca vermiglia che disegna un che d'osceno. In seguito l'abbandono in un luogo umido fino a tempi recenti. qui subisce l'ultimo trauma. Sottratto dal suo limbo, capita nelle mani di un tizio che non vogliamo fregiare del mestiere di restauratore. Ascoltate cosa combina. Trova le braccia mobili, per il deterioramento dei perni, e il degrado del legno sulle spalle, che si staccano dal corpo. Che Fa? Cementa tutto col gesso a formare. Il braccio sinistro ha perso pezzi, e l'intera mano è finita chissà dove. Qui effettua tutto il proprio "capolavoro". Riesce a rimodellare l'arto con vero cemento a presa pronta, mettendolo nella posizione distesa, che impedirebbe il fissaggio sulla croce, in quanto la mano andrebbe a finire più alta della traversa. La mano mancante, poi, appiccicata sul mozzicone del polso evidentemente accorciato, per comodo, di buoni tre centimetri, ha l'aspetto di un rastrellino da giardinaggio. La vista genera una grande pena. Osservato da ogni lato non si riesce a indovinare quale bellezza si nasconde sotto gli strati di gessi e brutture varie. Non nascondiamo d'aver pensato che, a mettersi a far saltare tutte le obbrobriose croste, si rischiava di non ottenere niente. Cioè, d'andare a legno. Per orgoglio accettiamo di cimentarci. Il primo saggio non è incoraggiante, sulla schiena il bisturi, pur maneggiato con infinita cautela, arrivato vicino a asportare l'ultima materia falsa sente cedere la superfice del legno sottostante. Una scheggetta rivela un forte inquinamento da tarlo e marciume. Si ricomincia a qualche cm. di distanza e, con un sospiro di sollievo, sotto, al pelo del legno, la materia tiene. La tempera e la mestica cinquecentesca sembrano buoni. Il bisturi adesso può lavorare meglio, correndo meno rischi. Lenta l'opera di ripulitura. Non sarà un buon compenso il prezzo fissato in preventivo. La soddisfazione però nel restituire dignità e bellezza al crocefisso è impagabile. Non ci si soffermerà a conteggiare le ore di lavoro. Quando tutti gli strati da asportare sono caduti, si può ammirare tutta la bellezza dell'opera, che una mano di grande talento scolpì cinquecento anni prima d'oggi. IL carnicino è integro sull'ottanta per cento, e particolare non da poco'quello del viso c'è tutto. I capelli ben mossi sono fulvi, senza però andare nei toni accesi. Il braccio sinistro, come già era evidente sin dall'inizio, è un disastro. Lo stacchiamo alla spalla. Eliminiamo il cemento, si distacca e si getta l'orribile mano. I due moncherini dell'avanbraccio e il più alto, spalla compresa, li affidiamo all'intagliatore. IL restauro di colore viene deciso, con la scelta per il righino riempitivo. Tecnica meno invasiva per un oggetto di alto valore artistico. Alla fine! NON abbiamo nutrito molto il portafoglio. MA abbiamo fatto il pieno di lodi e soddisfazione.
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Su una manca il finale basso, che, fortunatamente, è integro sull'altra. Non abbiamo ancora detto che, quando sorge il bisogno, ricorriamo ad un ottimo intagliatore? Eh sì. In questo la sorte ci ha favorito. A lavorare di sgorbia sono tanti, a lavorare bene, il numero cala alla conta delle dita. Il nostro è anziano, di vecchia scuola, validissimo e di mano sensibile. Le specchiere sono dorate integralmente, sulla corona esterna il gioco elle bruniture sui rilievi, contrasta con la velatura della platea per dare evidenza all'eleganza dell'intaglio. L'ovale interno non ha la stessa superficie di platea. Questa presenta un lavoro di doratura su ammanitura sabbiata. è noto che chi sceglie l'effetto raffinato della doratura cosi fatta, ottiene eleganza, ma anche fragilità, perch´, la sabbia incorporata, per sua natura, condensa intorno a sè una porzione di umidità considerevole anche se la sua materia si conserva asciutta, è il legante, il gesso a subire. Ed è per questo che sulla cornice interna, le parti scollate e quelle mancanti erano maggioranza. Gli intagli esposti sul margine portavano lievi danni, poche sbucciature delle capsule di doratura nei punti più esposti. Un paio di restauri patacca stavano, grazie a Dio, per cedere autonomamente, un tocco e via. La pulitura non richiede molto tempo, in quanto, anche se la patina è piuttosto scura, è uniforme, e l'oro conserva una buona luce. Di routine la doratura sul nuovo. Le parti scollate vengono solidificate con la consueta procedura delle infiltrazione di colla di pesce. quelle mancanti chiedono un processo in fasi distinte. Innanzitutto si deve scegliere la granella mineraledi diametro giusto, e perchè non subisca troppo l'effetto umidità, di materia compatibile con il gesso a oro. Previlegiamo la granella di marmo. La si applica a pioggia sulla colla di coniglio man mano che si stende sul legno, e si attende che il tutto asciughi perfettamente. Eliminato l'eccesso si ammannisce nel modo consueto. si imbola e la doratura a guazzo completa le operazioni di ripristino fisico. La patina viene effettuata con l'impiego di fuliggine e affumicature con candela stearica.
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Due colonne spagnole in legno sormontate da capitelli corinzi. Gli intagli ad arco, sul medio fusto, sono dorati, come le volute di foglie nella parte bassa, i capitelli, la fascia alta, quella mediana e le due alla base. Andaluse, con ogni probabilità, conservano nella costruzione influenze moresche e greche Argentate sugli sfondi dove gli ossidi e la vernice protettiva donano piacevoli riflessi blu e verdi. Essendo state costruite per appoggiarsi a una parete, il lavoro va a morire su una parte povera. La conservazione del fusto, ottima, contrasta con il danno, che gli urti e lo smontaggio hanno provocato. Le mancanze sull'appoggio e sui capitelli è rimarchevole. Alcuni frammenti della base sono in possesso dell'antiquario. I capitelli al contrario vanno completati con un lavoro d'intaglio, perchè troppo pesanti sono le mancanze. La pulizia, leggera è facile e rapida. L'appoggio si ricostruisce riposizionando i pezzi che si sono salvati e in seguito quelli ricostruiti per completare il tondo. Sui capitelli reintegrati nella loro interezza, la doratura su bolo rosso cupo. L'argento da rimettere è poca cosa. La patina per fondere il nuovo con il vecchio, come sempre conclude il lavoro.
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Prezioso, raro. Rinchiuso in un baluetto di cuoio lavorato a sbalzo, delle dimensioni di una cappelliera. Due sportelli si aprono a rivelare la raffinatezza del lavoro. Su un fondo laccato a tempera celeste, spiccano gli intagli dorati, che portano i simboli del pane e del vino, tralci di vite e spighe di grano, che evocano il rito sacro dell'eucarestia. Più che veri e propri traumi, l'oggetto, portava in sè i danni di uso e di età. A patire di più era la tempera. Il celeste, appariva marcatamente smorzato, dalla polvere, dal fumo, e dalle numerose tracce di escrementi d'insetto. Le tempere, come questa, sprovviste di una protezione, che di solito è uno strato di vernice(lacca vegetale)che fà da intermediario tra colore ed agenti esterni, è soggetta ad assorbire tutto ciò che vi si deposita, e ne subisce un danno. Per pulirle, si devono utilizzare sostanze delicate, ed allo stesso tempo efficaci. Sembrerà semplicistico, ma l'uso di mollica di pane, strofinata con cautela, è efficace, ed evita il rischio di sommare ai danni del tempo, quelli da incauto restauro. Questa procedura è lenta, epperò ricca di risultati. Sulla doratura i reintegri sono stati di poco conto. Si è dato qui l'esempio di un lavoro leggero. Ciò che si è soliti definire "restauro conservativo".